|
DHARMA,
RELIGIONE E SPIRITUALITÀ
(dal
punto di vista di un indiano)
Amit
Ray
copyright@Amit
Ray 2005
-
2010
INTRODUZIONE:
Non
pretendo di essere un allievo o un filosofo. Da diversi anni, la
religione e la spiritualità sono argomenti che mi interessano sempre
più. Ho sempre pensato che un individuo comprende la propria
religione attraverso un processo di crescita, e non per eredità o
importazione.
Non
capisco le religioni che cercano di tenere la gente legata con regole
di osservanza esteriori. La religione dovrebbe indicare all’uomo il
percorso verso la libertà, libertà di scelta morale, libertà
dall’obbedienza cieca alle imposizioni prive di significato, libertà
dai vari luoghi di culto, che allontanano il nostro culto dalla
risoluta castità di devozione.
Essendo
indiano, ho una percezione diversa della religione rispetto a quelle
istituzionali osservate quotidianamente. La mia percezione di
spiritualità è diversa anche nel contesto della religione. Anche se
devo ammettere che la materia non mi è chiara al 100%, cercherò di
spiegare le mie sensazioni a proposito del Dharma (Religione?) e della
spiritualità.
Prima
di iniziare, è necessario fare luce, dal mio punto di vista, su
alcuni termini:
INDÙ,
INDUISMO, RELIGIONE INDÙ:
Questi
termini non sono riscontrati in nessuno dei seguenti testi indiani:
Veda
(3500 a.C.?1500 a.C.-1200 a.C.); Upanishad (800 a.C., la prima sintesi
filosofica dei Veda); i Sei Sistemi della filosofia indiana, ovvero Vaisheshika,
Nyaya, Samkhya, Yoga, Mimamsa e Vedanta;
la filosofia Carvaka »
600 a.C. (Materialismo); Vardhamana »
599 - 527 a.C (Jaina Þ Giainismo) e Siddhartha Gautama »
563 - 483 a.C. (Buddismo),
anche
se da qualche tempo i tre termini in questione sono accettati e usati
dagli indiani e dagli allievi all’estero.
INDÙ:
Questa
parola deriva dal nome del fiume INDO (per gli indo-ariani, la parola
indicava il fiume in particolare ma anche una grande massa d’acqua)
e non ha niente a che vedere con la religione. Secondo il mio pensiero,
qualunque persona nata in India, indipendentemente dalla religione, può
essere chiamata indù.
Nella
nostra filosofia, leggiamo e ascoltiamo parole come “ideale
spirituale” e non “ideale indù”.
INDUISMO
E RELIGIONE INDÙ:
Questi
termini non sono di origine indiana, ma sono state coniati dagli
stranieri.
Probabilmente,
il motivo è che quando i primi accademici stranieri iniziarono a
visitare l’India, pochi di loro avevano una conoscenza del sanscrito
tale da imparare la nostra filosofia. Pertanto, molti di loro non
sapevano con esattezza se i nostri testi trattassero di religione o
filosofia. Riscontrarono che i nostri testi erano troppo filosofici
per essere considerati religiosi e troppo religiosi per essere
considerata filosofici. Per questo motivo, denominarono i nostri
pensieri e le nostre idee “INDUISMO”. Non li biasimo, data la
complessità della nostra filosofia.
I
termini INDÙ, INDUISMO e RELIGIONE INDÙ si sono forse affacciati
subito dopo l’inizio delle invasioni che si protrassero per secoli.
La sintesi filosofica della letteratura indiana si è interrotta
proprio in quegli anni, con l’occasionale comparsa di eminenti saggi
indiani.
Vale
la pena sottolineare che gli ultimi tre decenni del diciannovesimo
secolo hanno fatto da testimone alla splendida fioritura di un
rinascimento spirituale. L’avvento di Shri Ramakrishna (1836–1882)
fu indubbiamente la forza più significativa tra quelle che favorirono
un risveglio spirituale e culturale del paese.
In
genere, l’antica India non ha predicato la propria filosofia al di
fuori della nazione, forse per la mancanza di un re autoritario negli
ultimi 25 secoli di storia. Fa eccezione l’imperatore Sailendra (settimo
secolo dell’era cristiana), che estese il suo impero fino a Burma (ora
Myanmar) e alle Isole d’Oro (arcipelago che comprendeva Malesia,
Indonesia ecc) e sviluppò la cultura indiana. A Giava e Sumatra i
templi della dinastia Sailendra rappresentano ancor oggi una
testimonianza della gloriosa cultura sviluppata e protetta per
700 anni. Inoltre, ci furono insegnanti indiani in Egitto e in Grecia,
mentre buona parte dell’Afghanistan fece parte del regno indiano
poco più di 10 secoli fa.
Probabilmente,
l’India non era preparata a un tale riconoscimento della sua
filosofia da parte del mondo esterno e accettò con benevolenza i nomi
INDÙ, INDUISMO e RELIGIONE INDÙ coniati dai forestieri per indicare
la sua sommità di pensiero.
Se
vogliamo chiamare la nostra filosofia in modo convenzionale per
differenziarla dal buddismo e dal giainismo, (che tuttavia fanno parte
della filosofia indiana), allora dovremmo chiamarla religione
VEDANTICA. Dal punto della filosofia e della religione indiana, è
un nome assolutamente valido – oggi come ieri.
Il
Vedanta (termine che significa “Fine dei Veda” o “ultimo
Veda” o “conoscenza ultima”), ultimo dei sei sistemi della
filosofia indiana e conosciuto anche come “Uttara Mimamsa”’, è
il risultato della sistematizzazione finale degli insegnamenti, non
solo delle Upanishad e delle parti anteriori dei Veda, ma anche di
altri testi quali il Bhagavadgita ecc.
Accetterò
la parola “INDÙ” nel senso di un’atmosfera braminico-giainista
e buddista.
DHARMA
(parola sanscrita):
Credo
vi siano evidenti lacune nella comprensione del Dharma per gli
stranieri.
Lasciatemi
spiegare il significato del Dharma da una prospettiva indiana. Devo
specificare che attualmente il Dharma, con tutti i significati annessi,
non esiste più in India. In genere, il mondo considera il Dharma una
religione fatta di caste, mucche e reincarnazione (rinascita). Questa
degenerazione del Dharma nel corso degli anni è forse oggetto di
studio della sociologia più che della religione.
Il
significato di DHARMA è diverso da quello di “religione” definito
dal dizionario italiano.
Il
concetto di Dharma è vastissimo e onnicomprensivo. Letteralmente
significa “ciò che tiene insieme” e indica che è il fondamento
dell’ordine, sia sociale che morale.
Il
Mahabharata, uno dei più grandi poemi indiani, dice (400 AC): “Non
creare mai agli altri una situazione che, se creata per te, consideri
sfavorevole. Questa è, in breve, l’essenza del Dharma; è
l’avidità a provocare un atteggiamento non dharmico”. Il piacere
è la naturale propensione dell’uomo; il Dharma esiste per contenere
la marcia dell’uomo verso il piacere, proprio come la riva guida un
corso d’acqua.
Il
termina Dharma deriva dalla radice sanscrita “dhri” e significa
che “sorregge” e “sostiene” l’umanità in tutta la sua
interezza. È saturo delle nozioni di verità e rettitudine. Il Dharma
riunisce concetti relativi a corpo, mente, intelletto e anima in
miriadi di interessi e valori, e contiene un’inevitabile miscela di
materie secolari ed empiriche con altre puramente etiche e spirituali.
All’epoca
vedica, la società era vista come un insieme organico, governato
dalle immutabili leggi del Dharma. Il Dharma si concentrava sulle
regole e sulle pratiche sociali che garantissero l’ordine.
Il
termine Dharma implica codici relazionali socioeconomici e rapporti
tra stato e individuo. È il codice della vita, il legame che mantiene
unita la società.
Il
concetto principale del Dharma risiede nell’integrazione di uomo,
natura e universo.
Rappresenta
il principio autonomo dell’armonia che mette ordine – la grande
razionalizzatrice.
L’universalità,
il servizio alla società e il compimento dei propri doveri sono la
meta finale.
Dharma
– natura interiore dell’uomo.
Bisognerebbe
agire secondo la propria natura interiore. I doveri di una persona (i
propri doveri “Sva-Dharma”) sono in genere determinati dalla
posizione che occupa nella società.
Se
si vuole condurre una vita normale e raggiungere il benessere più
grande, è necessario sviluppare un senso di serenità; bisogna essere
sinceri, privi di irrequietudine, indifferenti all’opulenza o alla
povertà e smettere di fare speculazioni (castelli in aria).
Secondo
le credenze indiane, il bene dell’uomo consiste nel Dharma, sorgente
di una forza di vita che dà sostegno e fa avanzare in senso lato.
Induce una forte convinzione che l’uomo, attenendosi ai suoi
principi, si conformi ai più efficaci percorsi del “fare bene” e
del “vivere bene”. L’ordinamento dei rapporti umani, da questo
punto di vista, assume un significato di grande importanza in termini
di “DOVERI”. Favorisce l’avanzamento ritmico verso il progresso
e la prosperità come autoricompensa. Esprime un senso di “dovere”
per lo sviluppo delle proprie potenzialità.
Il
DOVERE non è un tiranno, ma un simbolo di dignità da liberare con
gioia - DOVERE significa agevolare il progresso e il benessere
dell’individuo e della società (o portare entrambi all’armonia
reciproca).
Lo
scopo del Dharma è contribuire a un miglioramento della vita a 360°.
La comprensione ottimale dei rapporti umani porta all’armonia
riconciliando le rivendicazioni conflittuali, la società e
l’individuo, il reale e l’ideale.
Il
Dharma non è un dogma, ma un’ipotesi efficace di condotta umana,
adattata a fasi differenti dello sviluppo spirituale e a differenti
condizioni di vita. Il Dharma non si affida a dogmi e dottrine.
L’UMANITÀ
È IL DHARMA DEGLI ESSERI UMANI.
RELIGIONE
E SPIRITUALITÀ (come le percepisco):
RELIGIONE
La
gente che crede nella religione come esperienza di verità, come
incontro con la realtà, non si preoccuperà mai dei nomi assegnati a
Dio, alla Realtà Ultima, all’unità o alla verità.
Chi
ritiene che la propria via sia l’unica via possibile, per me è già
condannato all’inferno, se esiste un luogo simile. Tutte le
religioni dovrebbero vivere in un clima di collaborazione e amicizia.
Il
servizio dell’uomo è la verità o l’espressione ultima di ogni
religione.
La
religione non è una scappatoia dalla lotta sociale. La saggezza
spirituale e gli affari sociali devono confluire in una relazione
intrinseca.
La
religione non è la mera conformità ai dogmi. Non è una questione di
devozione cerimoniale. Non significa semplicemente compiere i rituali
prescritti. È il rifacimento del nostro sé, la trasformazione della
nostra natura. Il suo traguardo è aiutare a disciplinare il nostro
essere nelle sua interezza, ovvero corpo, mente, cuore e volontà.
Quello
che cerchiamo di fare attraverso la religione è entrare nel mondo
dello spirito.
La
religione è un mezzo per raggiungere un fine ulteriore.
Il
poeta indiano TAGORE, premio Nobel per la letteratura, scrisse:
“È
significativo che tutte le grandi religioni abbiano le proprie origini
storiche in persone che, nella loro vita, hanno rappresentato una
verità non cosmica o immorale, ma umana e retta. Hanno liberato la
religione dalla roccaforte magica delle forze demoniache e l’hanno
portata nei cuori dell’umanità, a un adempimento non confinato alle
fortune dell’individuo, ma al benessere di tutti gli uomini. Non per
l’estasi spirituale di anime solitarie, ma per l’emancipazione
spirituale di tutte le razze. Sono arrivati in veste di messaggeri
dell’Uomo agli uomini di tutte le nazioni, e hanno parlato della
salvezza che poteva essere raggiunta solo perfezionando i nostri
rapporti con l’Uomo eterno, l’Uomo divino. Qualunque sia la loro
dottrina di Dio, o i dogmi presi in prestito dalla loro epoca e dalle
tradizioni, la loro vita e i loro insegnamenti hanno avuto una più
profonda implicazione di un Essere che rappresenta l’infinito
nell’Uomo, nel Padre, nell’Amico, nell’Amante, il cui servizio
deve essere compreso tramite il servizio a tutta l’umanità. Perché
il Dio nell’Uomo dipende dal servizio degli uomini e dall’amore di
costoro per l’adempimento del proprio amore”.
Mi
piace pensare che il nostro essere vedici/upanishadici, ebrei,
buddisti, gianisiti, sikh, cristiani o musulmani sia un fatto
puramente casuale. Voglio dire che la fede è casuale, cioè dipende
dal luogo di nascita. L’obiettivo è un’unità reciproca
attraverso i vari cammini che noi, gli uomini, abbiamo creato a nostro
vantaggio per adattarci all’ambiente in cui siamo nati.
La
religione è come la lingua o l’abbigliamento. Gravitiamo verso
pratiche che protendono a un innalzamento. Alla fine, però,
proclamiamo tutti la stessa cosa, ovvero che la vita ha un significato,
che siamo grati alla potenza che ci ha creato.
La
religione tratta essenzialmente della vita e dell’esperienza.
Lo
scopo di una religione è far crescere lo spirito, non stringerlo in
catene.
Alla
fine, tutti noi cerchiamo solo la verità, che è più grande di noi
stessi.
Tutti
i percorsi (le religioni) portano allo stesso obiettivo, ovvero essere
spirituali.
I
rituali delle varie religioni sono differenti, ma in loro troveremo
una comprensione spirituale comune.
Il
fine della religione è un incontro personale con il divino. È
un’introspezione nella radice ultima delle cose. È questo che
trasforma un uomo in un uomo religioso.
La
più alta espressione della religione è amare Dio intensamente e
considerare divino l’intero universo.
Addirittura
alcuni scienziati si stanno avvicinando a quest’ottica (es. David
Bohm).
SPIRITUALITÀ
In
molti articoli da me letti, gli autori passano sempre dalla parola
“religione” alla parola “spiritualità” e viceversa, senza
ulteriori spiegazioni o senza illustrare le differenze tra i termini.
Gli
esseri umani hanno raggiunto la fase intellettuale. Ma c’è una fase
più alta da raggiungere, ovvero quella della soddisfazione spirituale.
Oltre alla fisica dobbiamo anche imparare ‘ta meta ta phusika’ (ciò
che viene dopo la fisica). Proprio questa transizione riceve
l’influsso della disciplina della religione.
Il
culto spirituale è una forma di deismo ispirata dalla fede. La fede
è una caratteristica originaria della mente umana, la quale va oltre
i sensi ma avverte intuitivamente che un oggetto appartiene a un
ordine superiore della realtà.
Tutte
le forme di religione apparse sulla Terra presuppongono i bisogni
primari del cuore umano. L’uomo brama un potere più grande da cui
può dipendere, UN ESSERE superiore da venerare.
Molti
di noi praticano una religione, vanno al tempio, in chiesa ecc.
Pensiamo di essere religiosi, ma spesso nei nostri cuori portiamo
pensieri irreligiosi. È quindi necessario un processo per affermare
la vittoria sugli impedimenti all’introspezione nella Realtà
Ultima.
Il
concetto di spiritualità si basa sulla comunicazione diretta con la
Realtà Ultima, un atteggiamento di compassione.
Il
desiderio di conoscere la Realtà Ultima è la forza che ci muove su
un percorso spirituale.
Realtà
ultima (la parola sanscrita ADITI è
probabilmente la prima inventata per esprimere l’infinito) –
L’entità
da cui deriva tutto e che sostiene tutto, in cui tutto è ingoiato, è
la Realtà Ultima - una visione scientifica della natura
dell’esperienza, una rivelazione dei misteri della natura, una
penetrazione nel cuore della realtà e la scoperta che il mondo ha
radici in uno spirito di beatitudine, di libertà. Ecco cosa
costituisce la realtà. Non esistono dogmi; non esistono autorità.
Le
religioni rappresentano l’unico ausilio per raggiungere la
spiritualità. Sono come scale che aiutano ad arrampicarsi
sull’altare della spiritualità, da cui si entra in contatto diretto
con la Realtà Ultima. Questo altare non ha forma e dimensioni
predefinite – è nella nostra mente. La spiritualità è un
sentimento o uno stato mentale, la religione è il modo in cui tale
stadio viene codificato in legge. Se si cerca di raggiungere
l’altezza della spiritualità, la Realtà Ultima fa da compagna.
Giacere
all’altare della spiritualità apre una porta si apre alla verità e
all’esperienza spirituale. Costituisce un’armonia di conoscenza,
amore e lavoro, attraverso cui l’anima dell’uomo può avvicinare
direttamente l’eterno, la Realtà Ultima. Una disciplina spirituale
che comprenda uno spietato esame interiore permetterà al cercatore di
raggiungere l’UNITÀ.
Non
è necessario cambiare l’etichetta della fede per compiere progressi
nella vita interiore. La vera conversione non procede in senso formale
da una fede all’altra, ma in verticale, da una minore a una maggiore
spiritualità.
La
spiritualità riguarda elementi contemplativi e meditativi più che
aspetti rituali e cerimoniali della vita religiosa. Richiede una
purezza interiore e non solo una condotta esteriore.
La
spiritualità è priva di tutte le limitazioni e le carenze in genere
associate alle azioni umane. Regala un’anima al mondo.
Le
caratteristiche della spiritualità sono: vincere la rabbia con
l’amore, il male con il bene, l’avidità con la liberalità e il
falso con il vero. Ci insegna a sviluppare la comprensione e ad
aumentare la compassione.
La
spiritualità ci aiuta a capire la dignità di ogni individuo ed
è importante per creare legami di amore e servizio, indispensabili
oggi come domani.
La
spiritualità è intensamente personale; la religione è
istituzionale.
Dobbiamo
andare oltre le trappole dei dogmi delle religioni istituzionali. I
semplici dogmi non ce lo permetteranno. Dobbiamo sentire o provare la
realtà spirituale.
La
spiritualità porta l’armonia delle fedi, l’unione con la Realtà
Ultima, meta suprema della vita.
La
spiritualità trascende dalle differenze di razza, colore, lingua e
setta. La spiritualità promuove la democrazia.
Purtroppo,
questo concetto di spiritualità è difficilmente riscontrabile nelle
religioni attuali, i cui dogmi sfociano nell’integralismo e in
comportamenti fanatici. Questi fenomeni sono originati dalla sete
di potere dell’uomo.
Quando
diciamo che Dio è nell’uomo, non significa che la sua presenza
implichi la fine dei nostri sforzi. Dio non è nell’uomo in modo così
ovvio da farsi possedere sconsideratamente e senza sforzi o lotte. Dio
è presente come potenziale o possibilità. È compito dell’uomo
stringersi a lui con la forza e l’azione. Il Dio nell’uomo
presuppone un compito oltre che un fatto, un problema oltre che una
possesso. L’uomo, nella sua ignoranza, si identifica con la
corteccia esterna, l’involucro fisico e mentale. Il desiderio
dell’assoluto è in conflitto con il suo essere finito o con le sue
limitazioni.
Anche
se l’individuo è illuminato dalla scintilla divina, non è
interamente divino. La sua divinità non è una realtà, ma una parte
di Dio che aspira ad essere il tutto. Per come è fatto, l’uomo è
un incrocio tra polvere e divinità, Dio e animale. È compito della
vita morale prescindere dagli elementi non divini, non distruggendoli,
ma cospargendoli di spirito divino.
La
vita morale è incentrata sullo spirito, una vita di amore
appassionato e di entusiasmo perpetuo per l’umanità, una vita di
ricerca dell’infinito attraverso il finito, e non una semplice
avventura egoistica per raggiungere scopi di piccola entità.
Arrivare
alla spiritualità significa che il summum bonum della vita è
avere una perfetta pace della mente e una gioia che non conosce le
afflizioni del mondo.
La
spiritualità porterà la vera conoscenza, che sta alla base di tutte
le nostre azioni nella società.
L’opera
di vera conoscenza è l’umiltà piuttosto che l’arroganza, il
candore al posto dell’ipocrisia, la pace e la purezza invece
dell’irrequietudine e della passione, e un sincero autocontrollo al
posto di un attaccamento egoistico alle cose dei sensi.
|